Quinta nonConferenza nazionale di coworking e lavoro

22/23 settembre

RACALE

Lecce, 2017


#EC17

Coworking: scherziamo, o facciamo sul serio?

 

È oramai diverso tempo che si parla di coworking. Ci siamo interrogati mille volte sul senso della community, sul come avviare un progetto di coworking, sulle difficoltà della sua gestione, sui problemi anche banali che si incontrano ogni giorno, sulle attività da organizzare, i software da usare, il tono da tenere.

Ci siamo scambiati idee, format, suggestioni e nel corso degli anni abbiamo cercato di comporre una tendenza lineare e progressiva che accompagnasse lo sviluppo delle buone pratiche ad una circolare e ripetitiva che permettesse ai “nuovi” di colmare rapidamente i primi dubbi con le risposte oramai consolidate. 

 

Nel corso delle precedenti edizioni abbiamo cercato di interloquire con il contesto, con i portatori di interesse pubblici e privati, con il nostro target condividendo e cercando di spiegare quale fosse il grande vantaggio di lavorare in un coworking e come questo intercettasse gli estesissimi mutamenti sociali in corso.

Per farlo ci siamo calati nei panni di consulenti, politici, sociologi, lavoristi e l’abbiamo fatto con la convinzione di chi si è arrotondato e scolpito nella testa un’idea a forza di pensarci su; quell’idea di condivisione, collaborazione, cooperazione, facilitazione che oramai ci sembra quasi scontata ma che invece si è consolidata nel tempo

 

Tutto quello che è stato fatto è prezioso e denso, ma forse corriamo il rischio di diventare un po’ autoreferenziali e di non riuscire più ad essere comunicativi proprio rispetto a chi il coworking lo potrebbe usare e che vi ci si affaccia magari attratto dalla proposta di valore, ma con necessità concrete molto puntuali sia consapevoli che non a cui dobbiamo saper parlare efficacemente.

Non scherziamo, facciamo sul serio e cerchiamo di esplorare cosa ci sia oltre l’hype, oltre la moda, oltre la curiosità alla ricerca di una funzione ed un posto stabili per gli spazi di coworking.

 

Per farlo, dobbiamo fare uno sforzo non banale: provare a passare dal punto di vista del gestore a quello dell’utente. Dobbiamo, noi per primi, dismettere i panni del coworking manager/attivisti per guardare ai nostri spazi collaborativi con gli occhi e la prospettiva di chi in un coworking ci va perché pensa che possa soddisfare un suo bisogno.  Specifico, reale, concreto. Si, in un coworking ci vengo perché è figo, perché fanno cose interessanti, perché spendo meno e perché c’è tanta gente.

Ma perché ci rimango? Una volta che si esaurisce l’entusiasmo e la curiosità cosa può continuare a legarmici? Come posso crescere professionalmente e consolidarmi all’interno di un network relazionale? Cosa mi trattiene, in ultima analisi, dal costruire dopo un po’ di tempo una realtà mia personale? Il coworking cioè è solo un incubatore per professionisti ancora non consolidati oppure è un’opportunità concreta e tangibile anche per un professionista maturo? E se si, in che modo nel momento in cui cercassi di ragionare pragmaticamente al netto di tutti gli innegabili (ed oramai conclamati) aspetti positivi in termine di benessere lavorativo?

 

Sono domande fondamentali, e le risposte che ne possono scaturire determinano una proposta di valore matura che può fare la differenza nella tenuta sul medio-lungo periodo del fenomeno al di là delle entusiastiche e curiose aperture iniziali. Dobbiamo sapere cosa dire ai portatori di interesse spiegando per quale ragione investire materialmente o immaterialmente su di un coworking possa essere vantaggioso e dobbiamo saper dire a professionisti formati quale vantaggio concreto, possibilmente declinato alla luce di metriche e indicatori condivisi e ben definiti, possa fornire loro uno spazio di lavoro condiviso oltre al frigo delle birre ed al calcetto. Il tutto prima che i coworking diventino business center per giovani (cosa che peraltro sta già succedendo negli USA).

 

Rispondere a queste domande significa inoltre interrogarsi su come strutturare all’interno dei coworking progetti e sistemi in grado di potenziare e far crescere sia le community nel loro complesso che i singoli nodi di queste community. Su questa strada le domande cambiano tenore. Riusciamo ad immaginare cioè qualcosa di più efficace e complesso ed utile di una semplice pagina con i profili dei membri? Riusciamo ad evitare (o al contrario a strutturare) l’intreccio tra servizi ai coworkers e brokeraggio dei servizi erogati dai coworkers? Come comporre l’individualismo del singolo professionista con una comunità composita? Come essere equi ed efficaci nella ridistribuzione del valore e delle opportunità generate?

 

Rispondere a queste domande, o perlomeno sollecitare una discussione all'interno della community italiana del coworking e di chi a vario titolo si occupa di economia collaborativa, è il primo passo per parlare seriamente, oggi nel 2016, di coworking. Non solo. E' uno step indispensabile per (tornare a) rispondere in maniera perspicua proprio a quei grandi temi, il ruolo del coworking all'interno di un ecosistema territoriale, la dialettica con la Pubblica Amministrazione, di cui abbiamo discusso in questi anni, da una prospettiva diversa e, si spera, ancora più ricca e feconda.

 

Tante domande che a ben vedere si sussumono in un unico grande interrogativo: riusciamo cioè ad essere non solo una scialuppa di salvataggio ma anche e piuttosto una nave sulla quale cognitivi, freelance, disoccupati, autonomi, giovani professionisti, espulsi dal mondo del lavoro, consulenti possano navigare in un mare in tempesta verso una direzione voluta?

 

In sostanza: scherziamo, o facciamo sul serio?

Grazie

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